Frequentando l’autismo

Frequentando l’Autismo

L’autismo ha una storia lunga che inizia nel 1911 quando Eugen Bleuler utilizza per la prima volta questo termine. Da allora si sono susseguiti modelli e teorie che hanno sempre più migliorato le conoscenze sull’autismo.
Nel 2013 il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM V) stabilì i criteri per diagnosticare l’autismo: compromissione qualitativa dell’interazione sociale e della comunicazione e modalità di comportamento, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati.
La struttura cognitiva autistica è diversa da quella neurotipica (il funzionamento delle strutture cognitive della maggioranza delle persone). Il cervello degli autistici è un cervello ‘visivo’, fatica ad elaborare un mondo fatto di stimoli sonori, tattili che non hanno significato se non collegati ad un’immagine.

Le persone autistiche hanno un modo diverso di gestire il rapporto tra l’ambiente che cambia e il proprio organismo, faticano ad elaborare e integrare le informazioni. Il loro cervello ha difficoltà ad accedere all’interazione, perché le sue energie sono sempre direzionate principalmente all’elaborazione dell’informazione ricevuta.
I bambini autistici si distinguono nel modo di filtrare gli stimoli, nella percezione della loro intensità, nell’attenzione che pongono verso i dettagli. Si distinguono per il modo con cui percepiscono le proprie emozioni e quelle altrui. Si distinguono nel modo di comprendere le motivazioni e i  comportamenti degli altri, nella difficoltà a predire i pensieri e le intenzioni altrui, nell’assumere un punto di vista differente dal proprio (teoria della mente).

È una condizione che dura tutta la vita; è compito dell’intervento educativo fornire gli strumenti e le strategie che permettano di
promuovere il benessere e l’integrazione sociale.

La teoria è quando si sa e non funziona niente. La pratica è quando tutto funziona e nessuno sa perché. Qui, noi abbiamo messo insieme teoria e pratica: non c’è niente che funzioni… e nessuno sa perché! Albert Einstein

L’approccio socio-educativo, di matrice cognitivo-comportamentale, interviene principalmente sulla strutturazione del contesto, organizzando gli spazi, il tempo e i compiti, e ha come obiettivo quello di sviluppare il funzionamento indipendente del soggetto. Modificando il contesto permettiamo una vita più semplice ai bambini autistici. Occorre strutturare gli ambienti e definire la loro funzione – postazione di lavoro, spazio relax, spazio per il tempo libero – utilizzando principalmente stimoli visivi: immagini, foto, disegni, simboli.

Occorre creare delle agende giornaliere che scandiscano i diversi momenti della quotidianità, deve essere chiaro cosa ci si aspetta che avvenga, il tempo da dedicare per ogni attività. Anche quando si sa che il bambino è in grado di svolgere una sequenza di azioni, può essergli d’aiuto ‘vedere’ cosa deve fare, perché per lui non è facile richiamare le informazioni acquisite e immagazzinate in memoria; è come se dovesse fare sempre per la prima volta. Occorre contrastare la limitatezza dei suoi interessi presentando un’attività piacevole alla fine di una che non è per lui motivante (rinforzo positivo). Quando ci si relaziona con lui le interazioni verbali devono essere minime e semplificate. È importante insegnare anche le abilità sociali (curriculo implicito), non dando per scontato che averle osservate le renda utilizzabili. Per fare tutto ciò occorre valorizzare anche le sue risorse: la capacità di ricordare le esperienze vissute, legate strettamente a situazioni concrete e il grande valore di una relazione educativa positiva.

Ma questa è la teoria!

Quello che ho imparato dalla mia esperienza di educatrice è che il termine ‘spettro’, che accompagna la diagnosi di autismo, è di assoluta rilevanza, sta ad indicare la grande variabilità con cui si manifesta questo disturbo. Sapere chiaramente cosa sia l’autismo, conoscere gli approcci teorici e le metodologie più adeguate devono assolutamente essere dei punti saldi da cui partire per intervenire, ma devono essere resi flessibili per personalizzare l’intervento, perché ogni bambino è unico con i suoi limiti e le sue risorse.
Ho appreso che molti degli stereotipi sull’autismo – il bambino autistico non vuole comunicare con gli altri, è chiuso nel suo mondo e non vuole essere toccato, non prova emozioni, ecc. – sono proprio delle leggende.
Ho imparato che sempre, ma forse con l’autismo ancora di più, l’intervento educativo è principalmente interazione e cambiamento reciproco.
Ho soprattutto preso consapevolezza che non si deve dare nulla o quasi per scontato, che ciò che diciamo spesso è recepito in modo letterale, che il significato che gli diamo può essere elaborato in modo diverso da chi lo recepisce; so che può essere così anche nelle relazioni quotidiane, ma il relazionarsi con un bambino autistico lo rende quotidianamente evidente.

L’autismo non è qualcosa che abbiamo, è ciò che siamo. Il vostro sistema neurotipico non è qualcosa che avete, è ciò che siete. E poiché voi non siete soltanto questo, neanche noi lo siamo! Brigitte Harrisson

Obbliga a vivere il mondo con occhi diversi.
Nulla è scontato, una carezza può essere fastidiosa, il tifo dei compagni durante una gara può essere doloroso, provare per la prima volta quello che per gli altri è la quotidianità, può scatenare un’emozione così intensa che il corpo non riesce a stare fermo e non si può fare nulla per controllarlo.
Guardare le pale di un ventilatore calmano perché il loro movimento è prevedibile, al contrario, chiedere ad un compagno di giocare, può essere così ansiogeno che è meglio non provarci neanche. Si fatica ad imparare le regole e a comportarsi in base ad esse, è per questo motivo che, se ‘qualcosa non va come dovrebbe’, se si fa un’eccezione anche solo temporanea, si possono scatenare delle crisi di angoscia, incomprensibili alla maggior parte delle persone.

Lo sguardo di un bambino autistico sul nostro mondo, ci permette di leggerlo diversamente e, soprattutto, lo sguardo di un bambino autistico, quando percepisce che si sta entrando nel suo mondo, è una grande soddisfazione, che spesso aiuta a lavorare al di là delle fatiche.

Articolo di Eleonora Cannioto educatrice professionale servizi integrativi scolastici Assago

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