Dall’amore ai tempi del colera, all’educatore ai tempi del corona.

Dall‘amore ai tempi del colera, all’educatore ai tempi del corona.

Un preludio di primavera addolciva il clima ed i colori, regalava minuti di intervallo rubati alle lezioni pomeridiane, riempiva i cortili delle voci e delle risate festanti degli alunni che dal cortile della scuola primaria pervadevano tutti quelli dei palazzi intorno. I ragazzi delle medie, già leggeri nei vestiti e nei pensieri, inauguravano i primi pranzi e merende sulle panchine al sole quasi come ad esorcizzare il secondo quadrimestre appena iniziato e scongiurare l’arrivo delle vacanze.

Ma sono ancora lontane quelle vacanze fatte di giornate libere, assolate, musicali, sempre insieme, senza orari e senza limiti, sono lontane ma loro anzi tutti noi non immaginavano quanto.

Finalmente eccolo quel- driiin– tanto atteso.

La campana delle 16.30 di venerdì 21 febbraio la settima è finitaaa!!!!

Con la consueta fretta mista adrenalina che proiettava tutti verso il fine settimana, dove finiva solo la settimana ma pochi altri impegni, tutte le classi si dirigono all’uscita in un vero e proprio rito fatto di corse. Corri prepara la cartella, di corsa al post orario, di corsa fuori dai genitori nonni o baby-sitter che di corsa portano agli sport oppure a casa oppure di corsa a fare la spesa per poi correre di nuovo chissà dove. Pochi chiassosi e variopinti minuti fatti di saluti, racconti e sorrisi frettolosi e spesso “in movimento”. In breve il cortile della scuola si svuota, qualche ora dopo i cancelli si chiudono e la scuola vuota e silenziosa si riposa ma neanche lei immagina per quanto tempo le sembrerà assordante quel silenzio.

20 marzo

Sono passati 30 giorni, carnevale, tante passeggiate, diversi decreti e per molti anche tanta sofferenza da quel 21 febbraio.

La primavera che festeggerà ufficialmente il suo ingresso tra due giorni non è più un preludio ma uno spettacolo quotidiano dai colori ancora più brillanti e l’aria ancora più fresca e pura. Sicuramente grazie allo stop totale di tante fabbriche ma non solo: qualcosa rende i colori, i profumi e l’aria aperta diversi più forti, è sicuramente cambiato nella percezione e nell’osservazione di ciò che ci circonda e di ciò che viviamo. La scuola non è più ricominciata e nemmeno le corse.

La mattina ci si saluta e poi si resta tutti insieme, nessuno sparisce in una diversa direzione, nessuno rincorre nulla e nessuno. Almeno fisicamente!

Dopo le prime due settimane di stupende scorpacciate di bici parchetti e amichetti ora si esce solo se necessario o per una boccata d’aria sotto casa o sul balcone. Si passa il tempo a casa in semplicità, essenzialità a volte anche noia ma che presto, soprattutto nei bambini, lascia il posto ad una serenità ritrovata, ad un reinventarsi naturale che si adatta al nuovo, soprattutto quando questo non toglie l’essenziale e ciò che di più prezioso hanno: l’amore e la vicinanza con i loro affetti e il loro tempo libero da riempire con immaginazione, fantasia, musica, favole, giochi, profumi, ricette, riposini, sorrisi e carezze non più rubati ma ripetuti e gustati.

E perché no: noia!!! anche quella sana e benedetta noia. Questa lentezza che ci porta ad osservare, sentire, desiderare ed apprezzare tutto in modo amplificato, questi ritmi più lenti e più rassicuranti che infondo sono più vicini a quelli naturali amplificano e ridanno il giusto peso a persone, sguardi, sorrisi, suoni, colori, sensazioni, sapori e pensieri. Quel peso e quei ritmi dei quali noi educatori tornavamo a prendere contatto mentre eravamo con i bambini che seguiamo perché mentre siamo con loro il tempo si dilata e si vive solo quel presente. Ed ecco che, finalmente, quei loro ritmi così diversi e dilatati, quella loro sensibilità così smisurata e attenta, quei loro silenzi, sorrisi sguardi che vanno oltre, smettono di sembrare inaccessibili, così strani, diversi e smettono di faticare per farsi posto o rincorrere quelli degli altri ma ispirano, dirigono loro, ci danno la chiave d’accesso. Ci spiegano senza parlare quanto a volte è meraviglioso stupirsi per le foglie, germogli, l’erba, i formicai, il vento fortissimo, i colori dei fiori o del cielo, accarezzare un tronco, saltare in una pozzanghera, rimanere in pigiama tutto il giorno, giocare tutto il giorno, la gioia della canzone preferita ballata e cantata all’infinito, il gioco preferito , un gioco nuovo, il piatto preferito, imparare a cucinare o imparare insieme con calma fare qualcosa, le coccole di chi li circonda il non fare nulla l’essenziale.

Ecco che in tutta questo mosaico di pezzi di umanità e pezzi di vita ritrovati, noi educatori prendendo forme e tessuti diversi, ma senza minore intensità, rimaniamo nella relazione con i prodigiosi ragazzi che seguiamo. Riusciamo a farlo grazie alle tecnologie che dalla semplice chiamata o video chiamata, mail, fino a Skype o altre piattaforme ci permettono di rimanere in contatto con famiglie e ragazzi, in sincronia con la didattica dove possibile e necessario ed interfacciandoci con insegnanti.

Ecco che allora gli abbracci, le carezze, il darsi la mano a volte anche l’avvolgersi per contenere, lasciano spazio a toni di voce festanti, parole, dialoghi messaggi disegni  più curati scelti e pesati,  per arrivare dove appunto il contatto fisico non può.

La pazienza non è più quella del ripetere le regole della scuola o del lavoro ma  quella dell’attendere l’immagine che si blocca o la connessione che zoppica durante una spiegazione dei compiti on line, l’energia non è nelle corse o nella corda saltata in giardino all’intervallo ma nei balletti fatti insieme su Skype seguendo la coreografia, la programmazione e il backstage delle attività non sono più misteriose e in solitaria ma condivise con le famiglie che familiarizzano e ne fanno strumento. Il setting non è la classe in mezzo ad altre classi o la ricerca del luogo più adatto al momento ma la casa e ogni volta ci si entra in punta di piedi e anche questo attribuisce un nuovo sguardo, una quasi sacralità al momento. Tanto rimane costante e sembra immutato cristallizzato: la gioia e la sintonia che si ricreano appena ci si vede dallo schermo, o quando ci si saluta emozionati con sorpresa dal balcone o dai cancelli di casa, la verità dei racconti e degli sguardi che bucano lo schermo, la forza reciproca che si dà e da cui si attinge nella presenza, l’aiuto nelle sfide “didattiche” e non solo, i riti. La presenza che colma la distanza. Non sarà questo virus a sbiadire la professionalità o l’importanza della figura educativa. Ci porterà anzi a superare quella paura, quel dubbio che chissà se in un futuro, in una didattica, anzi in un mondo virtuale, ci sarebbero stati. Serviremo ancora?? Penso che per l’essere umano l’altro non smetterà mai di esserci e con esso la relazione nei diversi modi, toni e bisogni di ciascuno. Ecco ora lo sappiamo: ci saremo, rimane costante immutato e cristalizzato l’essenziale.

Gloria Moreschetti
Educatrice

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